
Ieri sera ho visto Rockpolitik di Celentano; il “molleggiato” si ripresenta in TV con il suo nuovo format che prima ancora di essere messo in onda è stato oggetto di serie polemiche fra personaggi illustri che hanno declinato l’invito a causa di pendenze ideologiche con
la RAI e altri personaggi che hanno partecipato rinunciando a ben altri compiti. Canta, e mi piace molto, pontifica o invita a pontificare e mi piace a fasi alterne. L’ inizio della satira è scandito da una poesia molto bella di Costantino Kavafis (ne trovate un brano
qui) massacrata, peccato, dall’approssimativa pronuncia di Gerard Depardieu. All’uscita del barbaro, appare il nostro premier in una registrazione tristemente famosa
seguito dalla classifica dei paesi più liberi del mondo (di grilliana memoria) in cui uno “stupefatto” Celentano ritrova l’italia al 74-esimo posto. E lì intuiamo il tema: Celentano, gli manca solo una “S” sul petto e la calzamaglia rossa e blu, vuole fare ritornare la libertà di parola nella RAI!!!! Esce allora un incavolatissimo Santoro che dichiara con tutto il fiato che ha in corpo, che desidera tornare in TV (cosa che può fare, visto che ha vinto la causa con
la RAI). Alla sua uscita l’italia è prima nella classifica di House of Freedom (per stasera).
Per non allungarla troppo, Celentano, per essere imparziale, fustiga tutti: destra (molto), sinistra (per par condicio) e poi si lancia in un monologo lunghissimo (ed è qui che mio padre crolla) sull’edilizia selvaggia e altro che non sempre riesce a tenere alta l’attenzione.
Diciamocelo tranquillamente: le parti migliori di Rockpolitik sono quelle in cui Celentano canta mentre le altre coinvolgono a tratti. Per dirla come Celentano: Cantare è rock, il resto è lento.